In questi anni, abbiamo discusso varie volte di chatbot che promettevano di poter cambiare totalmente la nostra vita dalla modalità agente di ChatGPT  ai vari software di automazione come Agent Zero, DeepAgent o Vy,  ma che alla fine, diciamocelo, nella maggior parte delle volte sono stati un buco nell’acqua o soltanto prove demo che poi nessuno finisce per usare quotidianamente. OpenClaw è uno dei più recenti agenti di automazione completa, che in questi giorni ha molto fatto parlare di sé, sia per le sue potenzialità ed il concept che c’è dietro ma soprattutto per i suoi limiti e pericolosità.

OpenClaw: l’assistente AI che “fa davvero le cose”

OpenClaw è un agente AI autonomo self hosted, capace di restare operativo 24 ore su 24 e di ricevere comandi da canali di messaggistica come WhatsApp o Telegram. Il modello non è solo una chatbot che genera risposte, ma un gateway tra input testuali e azioni sul sistema operativo.

L’idea che c’è alla base è semplice: un LLM riceve istruzioni, decide quali tool chiamare e poi esegue direttamente operazioni sul file system, nel browser o nelle automazioni. Questa cornice tecnica è stata costruita su pezzi noti: tool calling, plugin, memoria e orchestrazione di workflow. Ma la promessa che si aggiunge è la persistenza e l’operatività continua, un passo avanti rispetto alle soluzioni concorrenti. Per alcuni osservatori la promessa è irresistibile, soprattutto in scenari di produttività personale e di automazione di flussi di lavoro. Per altri, rappresenta un passo rischioso verso un’automazione troppo capillare.

Il punto è che OpenClaw si vende come la soluzione in cui l’AI non è solo interlocutore ma esecutore. Eppure dietro questa efficacia apparente si celano problemi strutturali. L’idea di dare accesso completo al computer e di appoggiarsi all’LLM per gestire contesti come file, browser e email è affascinante ma molto pericolosa se non accompagnata da una governance ferrea. Da una parte abbiamo il fascino della demo: l’utente chiede di prenotare un ristorante, l’agente apre il browser, compila moduli e invia email autorevoli. Dall’altra lato, una suite di rischi ben nota agli esperti di sicurezza.

 

Dalle origini a oggi: ClawdBot, Moltbot e il rebranding in OpenClaw

La storia di OpenClaw è un esempio lampante di come il branding e le questioni legali possano influenzare un progetto open-source. Molti, infatti, parlano ancora di ClawdBot o Moltbot, ma la realtà è che si tratta dello stesso, identico, progetto.

L’inizio fu con ClawdBot, nato come proof-of-concept di un assistente AI self-hosted che interagiva con le app di messaggistica. Il nome, però, si rivelò problematico, entrando in conflitto con il ben più noto Claude di Anthropic. Così, in una mossa rapida post-trademark, il progetto mutò pelle, diventando Moltbot. La metafora dell’aragosta che muta il guscio era chiara. Ma la ricerca di un’identità più stabile e più allineata con la filosofia open-source portò al rebrand definitivo, a fine gennaio 2026, in OpenClaw, passando da semplice bot di automazione a framework agentico completo, capace di creare ed interagire con social network di agenti come Moltbook (altra storia incredibilmente distopica).

Quindi, quando sentite questi nomi, sappiate che si riferiscono all’evoluzione di un unico framework che ha cambiato nome tre volte per varie vicessitudini del caso.

Come funziona OpenClaw?

Se apriamo il cofano di OpenClaw, non troviamo magie oscure ma una solida gestione di quello che in gergo chiamiamo tool use e function calling. Il sistema si basa su un loop continuo: percezione, pianificazione, azione e osservazione. 

Quando gli chiedi di organizzare una riunione, l’agente non invia un comando alla cieca. Prima analizza lo stato del sistema, poi decide quali strumenti invocare, ad esempio l’API di Google Calendar o un parser per i file locali, esegue l’azione e controlla il risultato per vedere se ci sono stati errori. 

OpenClaw, infatti, integra dei meccanismi di verifica che permettono all’agente di correggersi se un’azione fallisce, rendendolo molto più resiliente rispetto a un semplice script di automazione lineare.

Integrazioni e modelli supportati

Uno dei punti di forza di OpenClaw è la sua agnosticità, o almeno l’aspirazione a esserlo. Sebbene le sue radici siano legate a Claude, oggi supporta una vasta gamma di modelli tramite integrazioni con provider come OpenAI, Anthropic e persino modelli open source eseguiti localmente tramite Ollama o simili. 

Il framework è progettato per essere modulare. Significa che puoi collegarci praticamente qualsiasi cosa abbia un’API: da Slack a Discord, passando per strumenti di produttività come Notion o Trello. Questa versatilità lo rende un’alternativa valida a soluzioni più chiuse, costose o più tecniche come n8n

In pratica, puoi costruire il tuo ecosistema personalizzato senza dover dipendere da un unico fornitore, il che è fondamentale per chi lavora sulla sovranità dei propri dati.

Vantaggi per power user, developer e small business

I benefici di un framework come OpenClaw si estendono a diverse categorie di utenti.

Per i power user, OpenClaw è una vera e propria estensione della produttività personale. Permette di automatizzare task complessi e routinari che altrimenti richiederebbero tempo e attenzione, liberando risorse per attività più strategiche. La possibilità di un self-hosted AI assistant garantisce anche un maggiore controllo sui propri dati e sulla privacy, un aspetto sempre più cruciale.

Per gli sviluppatori, OpenClaw è un sandbox ideale per sperimentare con l’agentic AI. Essendo un framework open-source, offre piena trasparenza e personalizzazione. È un ottimo playground per agenti generali e automazioni ibride che combinano coding con attività digitali quotidiane. 

Inoltre per chi fosse interessato a capire come l’AI può rivoluzionare il proprio lavoro, è un’occasione consiglio di approfondire con la nostra guida completa di AI per sviluppatori. Tra l’altro, il suo ecosistema è in rapida crescita, con numerosi contributor e un registry di plugin della community. 

Anche per i small business, OpenClaw può rappresentare un vantaggio competitivo. Può automatizzare la gestione della posta elettronica e del calendario, la raccolta dati, la generazione di report e molte altre operazioni, senza i costi e la rigidità delle soluzioni SaaS tradizionali. La flessibilità di un framework permette di adattarlo esattamente alle esigenze specifiche, un lusso che spesso le piccole imprese non possono permettersi.

Rischi, limiti ed implicazioni di sicurezza

Parliamoci chiaro: dare a un’intelligenza artificiale un accesso così profondo al proprio ambiente digitale non è una cosa da fare a cuor leggero. OpenClaw, per sua natura, crea una superficie di attacco enorme. Gli si concedono privilegi elevati (shell, file, token di accesso a vari servizi), trasformandolo in una sorta di “shadow superuser” che obbedisce a messaggi in linguaggio naturale.

Vari ricercatori hanno già segnalato istanze di ClawdBot esposte su Internet senza autenticazione, con credenziali API, token e log di conversazione completamente accessibili. Questo è un incubo per la data privacy. C’è anche il rischio di skill o plugin malevoli, o vulnerabili, che potrebbero eseguire comandi senza che l’utente ne sia pienamente consapevole, aprendo una vera e propria digital backdoor. La prompt injection e l’indirect prompt injection sono minacce concrete: un malintenzionato potrebbe manipolare l’agente per fargli compiere azioni indesiderate.

Un setup di OpenClaw richiede competenze da developer e DevOps, non è un plug-and-play come ChatGPT. La dipendenza dai modelli esterni comporta costi, latenza e vincoli di policy, se non si usano modelli locali. E poi, la qualità dell’interazione dell’agente dipende dalla qualità del suo design: senza buoni flussi, prompt accurati e guardrail, si rischia di avere un assistente lento, confuso o, peggio, pericoloso. 

La scalabilità, lato consumer, è limitata rispetto alle soluzioni cloud-native. Si tratta di un trend importante da considerare per il 2026 e oltre, come abbiamo discusso nei trend AI e Data per il 2026.

OpenClaw nel contesto degli AI agent

OpenClaw non è l’unico attore nel campo degli AI agent. Il panorama è in fermento da ormai diverso tempo, lo sappiamo bene. Comprendere dove si posiziona OpenClaw è fondamentale per sceglierlo con consapevolezza. Abbiamo già parlato di cosa sono e a cosa servono gli agenti AI in un altro articolo, e OpenClaw rientra appieno in questa categoria ed esistono anche altri framework gratuiti per agenti AI che vale la pena conoscere.

Consideriamo due attori importanti:

  • Claude Code: è uno strumento di coding agentico di Anthropic. Vive principalmente nel terminale o nell’IDE, è eccezionale per lavorare su codebase complessi, debugging e refactoring. La sua filosofia è “you’re in control“: l’agente propone modifiche, ma non scrive file né esegue comandi senza un’approvazione esplicita. Il focus è strettamente sullo sviluppo software, meno sulle automazioni generali. È un po’ come un co-pilota intelligente che conosce a menadito il vostro codice.

  • Antigravity: è una piattaforma “agent-first” di Google, più orientata all’enterprise e allo sviluppo AI-first per team complessi. Gli agenti possono pianificare ed eseguire task elaborati, usare browser e terminal, ma il tutto è mediato da un “Agent Manager” con livelli di autonomia e permessi configurabili e un flusso di review tramite artifacts. È pensato per la governance su larga scala, con un editor AI-powered (Gemini 3 Pro) e una knowledge base interna.

OpenClaw si distingue per essere un agente personale/general-purpose, più focalizzato sull’automazione cross-tool nella vita digitale e nel lavoro individuale, con una forte enfasi sul self-hosting. Claude Code è il compagno ideale per il coding, mentre Antigravity è la soluzione per i team strutturati che necessitano di governance e collaborazione su grandi progetti.

 

Il futuro degli assistenti personali

Siamo solo all’inizio di quella che si preannuncia come una rivoluzione silenziosa. Gli agenti come OpenClaw non cambieranno il mondo da un giorno all’altro, ma cambieranno il modo in cui lavoriamo individualmente, eliminando gradualmente il rumore di fondo dei task ripetitivi. Il trend per il 2026 vede una spinta sempre più forte verso l’autonomia delegata. Il passaggio da ClawdBot a OpenClaw è emblematico di questo movimento: dall’essere un’estensione di un prodotto commerciale al diventare un’infrastruttura aperta e condivisa.

La vera sfida non sarà più quanto è intelligente il modello utilizzato, ma quanto siamo capaci noi di integrare questi strumenti nei nostri flussi di lavoro in modo sicuro e produttivo. Se la tua strada è quella di costruire queste tecnologie, il percorso per diventare un AI Developer è probabilmente la scelta più sensata che tu possa fare oggi. Il futuro non si limita a rispondere alle domande, il futuro agisce.

 

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Simone Truglia

AUTORE:Simone Truglia Apri profilo LinkedIn

Simone è un Ingegnere Informatico con specializzazione nei sistemi automatici e con una grande passione per la matematica, la programmazione e l’intelligenza artificiale. Ha lavorato con diverse aziende europee, aiutandole ad acquisire e ad estrarre il massimo valore dai principali dati a loro disposizione.