L’intelligenza artificiale è entrata nei flussi di lavoro quotidiani con una velocità sorprendente, tanto che la distanza tra sperimentazione e operatività è ormai minima. Oggi l’AI interviene nella scrittura di testi, nell’analisi dei dati, nel supporto alle decisioni strategiche e nella gestione di processi interni. Un cambio di passo che impone una formazione ad hoc per le persone che la utilizzano, perché la qualità delle decisioni dipende sempre da chi interpreta l’output.

Quando parliamo di alfabetizzazione in materia di intelligenza artificiale ci riferiamo proprio a questa necessità, ovvero alla capacità di comprendere il funzionamento dei sistemi AI, riconoscerne i limiti e valutare in modo critico ciò che producono. Non si tratta di competenze specialistiche riservate ai team tecnici, ma di conoscenze operative per usare l’AI con criterio all’interno delle più svariate attività professionali.

Non è un caso che l’Articolo 4 dell’AI Act parli per l’appunto di AI literacy: le competenze AI hanno assunto una rilevanza concreta anche sul piano normativo. Le organizzazioni devono assicurare che dipendenti e collaboratori sappiano interagire con l’AI in modo consapevole, soprattutto in tutte quelle situazioni in cui i sistemi influenzano scelte, contenuti o processi aziendali. L’alfabetizzazione IA diventa quindi una condizione di lavoro, legata alla responsabilità e alla gestione del rischio, prima ancora che un tema formativo in senso astratto.

Cos’è l’alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale (AI Literacy)

L’alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale, spesso indicata come AI Literacy, riguarda la capacità di comprendere come funzionano i sistemi di AI, di interpretare correttamente i risultati che producono e di usarli in modo informato nel lavoro quotidiano. Non richiede competenze di sviluppo o conoscenze avanzate di programmazione, ma una base solida che permetta di capire cosa accade quando un algoritmo elabora dati e restituisce un output.

Insomma, saper leggere criticamente le risposte dell’AI, riconoscere quando un risultato è affidabile e quando invece va verificato, corretto o scartato è la base per una corretta implementazione dei sistemi algoritmici dentro qualsiasi tipo di organizzazione. Questo aspetto diventa centrale, però, soprattutto nei contesti in cui l’AI supporta attività come l’analisi di informazioni o la valutazione di scenari decisionali. Proprio in virtù di queste considerazioni, dobbiamo notare che l’obiettivo AI literacy è previsto anche a livello normativo dall’AI Act (regolamento UE 2024/1689 che stabilisce norme armonizzate sull’intelligenza artificiale): lo scopo è far sì che ogni lavoratore sappia come funziona lo strumento che ha davanti, diventando consapevole sia delle opportunità che dei pericoli. In questo modo si evitano usi impropri o decisioni basate su risultati poco affidabili.

Ecco perché l’altro elemento chiave dell’alfabetizzazione è la coscienza dei limiti dell’AI. I sistemi possono produrre errori e semplificazioni grossolane. Senza un’adeguata preparazione, gli output rischiano di essere interpretati come corretti solo perché formulati in modo convincente.

Perché l’AI Literacy è un vantaggio strategico per le imprese

Alla luce di quanto appena detto, è facile comprendere quanto gli obblighi di formazione sull’intelligenza artificiale delle aziende incidano direttamente sulla qualità delle decisioni, ma anche sulla gestione del rischio e sulla capacità di usare l’AI in modo coerente con gli obiettivi aziendali. Quando l’intelligenza artificiale entra nei processi interni senza una base condivisa di competenze, il risultato è spesso un uso disomogeneo degli strumenti, con effetti difficili da prevedere e controllare.

Un’organizzazione alfabetizzata sull’AI, invece, riesce a creare regole operative comuni, a ridurre gli errori legati all’interpretazione degli output e a mantenere un livello più alto di affidabilità nei flussi di lavoro. L’AI Literacy agisce quindi come un fattore di stabilità: rende più prevedibili i risultati, facilita il coordinamento tra reparti e limita le improvvisazioni che spesso accompagnano le fasi iniziali di implementazione di LLM e funzionalità agentiche.

Comprendere funzionamento, limiti e impatti dell’intelligenza artificiale

Ma come funziona l’intelligenza artificiale? Prima di tutto, bisogna sapere che tipo di problema risolve e su quali dati lavora, anche senza entrare nel dettaglio tecnico dei modelli. Un livello di comprensione del genere è la base da cui partire per interpretare l’output nel modo corretto: una stima basata su correlazioni, non una risposta certa. Se questa distinzione è chiara, l’AI diventa uno strumento di supporto, oltre che una fonte da verificare sempre.

Altro aspetto da tenere a mente sono i limiti strutturali dell’AI. I sistemi apprendono da dati storici e dunque riflettono le caratteristiche di quei dati, inclusi i bias che contengono. Questo significa che possono riprodurre errori, distorsioni o informazioni incomplete. Se però manca consapevolezza sugli step dell’addestramento dei modelli AI, questi limiti restano invisibili e l’output viene accettato perché coerente nella forma, anche quando è debole sul piano dei contenuti.

Non dimentichiamo poi l’impatto diretto sulle decisioni. Anche quando il sistema non prende decisioni in autonomia, influenza il modo in cui le persone valutano opzioni e priorità. Ma pensiamo anche agli AI Agents, i sistemi intelligenti che percepiscono, decidono e agiscono autonomamente per risolvere compiti specifici. Comprendere questo effetto permette di mantenere un ruolo attivo nel processo decisionale e di usare l’AI come supporto al giudizio umano, invece di delegare scelte che restano di responsabilità dell’organizzazione.

Ridurre rischi, errori decisionali e uso improprio dell’AI nelle aziende

Abbiamo visto che il rischio principale riguarda l’uso improprio dell’output. Le persone tendono a fidarsi di risposte formulate in modo chiaro e coerente, anche quando contengono errori o semplificazioni. L’AI Literacy serve a interrompere questo automatismo e a riportare l’attenzione sulla fase di verifica delle informazioni.

Uno dei rischi più sottovalutati riguarda la presenza di bias nei risultati. I sistemi apprendono da dati storici e da scelte progettuali che riflettono, anche in modo involontario, pregiudizi umani e squilibri esistenti. Tutto ciò si riflette in output distorti che possono influenzare valutazioni e decisioni senza che l’errore sia immediatamente evidente.

Un esempio concreto riguarda l’uso di strumenti di AI per la selezione del personale. Se un sistema viene addestrato su curriculum storici di un’azienda in cui, nel tempo, alcune posizioni sono state occupate quasi esclusivamente da uomini, l’AI tenderà a considerare quei profili come “più adatti”. Il risultato sarà una scrematura che penalizza le candidature delle donne o quelle provenienti da percorsi professionali differenti, anche quando le competenze si equivalgono. L’output appare coerente, ma riflette un modello del passato che l’organizzazione non ha mai messo in discussione.

L’alfabetizzazione permette di riconoscere questo tipo di distorsione. Chi utilizza il sistema sa che il problema sta nel modo in cui i dati di partenza orientano l’algoritmo. Questa consapevolezza porta a verificare i criteri di valutazione, a introdurre controlli umani nei passaggi critici e a evitare che l’AI diventi un filtro automatico non governato.

Ma con una corretta educazione sul tema si riduce anche il rischio di errori decisionali a cascata. Un output errato, se usato come base per altre attività, può influenzare documenti, report e scelte operative direttamente correlate. Quando le persone sanno riconoscere i limiti dell’AI e controllare i risultati, l’errore resta circoscritto e non diventa parte del processo.

Abilitare innovazione responsabile e competitività sostenibile nelle imprese

Abbiamo visto che se le persone condividono un livello minimo di competenze, l’AI entra nei processi con criteri chiari e obiettivi definiti, invece di essere usata in modo frammentato dai singoli team. Possiamo dire, quindi, che la formazione crea le condizioni per innovare in modo controllato, ripetibile e scalabile. Le aziende riescono a standardizzare pratiche di utilizzo, a confrontare i risultati tra reparti e a migliorare i flussi di lavoro nel tempo. Da elemento esterno sconnesso ai processi e alla cultura aziendale, si arriva a vedere l’AI come una componente integrata dell’organizzazione, con effetti prevedibili sulla produttività del business stesso.

Nel medio periodo, l’alfabetizzazione contribuisce anche alla competitività sostenibile. Le imprese che sanno governare l’uso dell’AI riducono gli sprechi, evitano blocchi dovuti a errori ricorrenti e mantengono un maggiore controllo sulle decisioni strategiche. Questo vantaggio dipende dalla capacità di consolidare ciò che funziona e correggere ciò che non lo fa tramite un monitoraggio attento, a cui partecipano tutti i livelli dell’organizzazione.

 

Come sviluppare l’AI Literacy in azienda

Sviluppare una strategia di formazione dei dipendenti sull’intelligenza artificiale richiede un approccio strutturato, che tenga conto dei ruoli, dei contesti di utilizzo e del livello di esposizione ai rischi. Non tutte le persone all’interno dell’azienda devono avere le stesse competenze, ma tutte devono sapere quando stanno usando l’AI, con quali limiti e con quale grado di responsabilità.

Il primo passaggio riguarda la mappatura degli utilizzi reali. In molte organizzazioni l’AI è già presente in modo informale, attraverso strumenti di scrittura, analisi o supporto alle attività quotidiane. Individuare in modo sistematico questi usi permette di capire dove servono competenze di base e dove è necessario un livello più avanzato di controllo.

Il secondo elemento riguarda invece la differenziazione per ruoli. Chi prende decisioni strategiche deve comprendere l’impatto dell’AI sui processi e sui risultati. Chi lavora in modo operativo deve saper valutare l’output e correggerlo quando serve. Si tratta di una distinzione fondamentale per il management, perché evita sia la sovra-formazione di alcuni elementi del team, sia la sottovalutazione dei rischi.

Dobbiamo poi intendere la formazione come un processo continuo. L’AI evolve, gli strumenti cambiano e anche i contesti di utilizzo si trasformano. Integrare momenti di aggiornamento, rivedere le linee guida interne e analizzare periodicamente vari casi pratici permette di mantenere le competenze allineate alla realtà operativa dell’azienda.

AI Literacy e imprese: i consigli di Data Masters

Nel lavoro con le imprese emerge un dato chiaro: l’adozione dell’intelligenza artificiale è già diffusa, ma spesso resta confinata a sperimentazioni isolate. Molte aziende dispongono di strumenti avanzati, ma faticano a trasformarli in valore operativo misurabile. Il blocco non riguarda la tecnologia, bensì la mancanza di competenze diffuse, di una visione condivisa e di un metodo che colleghi strategia, persone e processi.

In questo contesto, attraverso la formazione avanzata alle aziende sull’intelligenza artificiale, Data Masters accompagna le imprese oltre la fase dei prototipi, lavorando su tre Building Blocks complementari: formazione, misurazione delle competenze e sviluppo operativo. L’obiettivo è costruire una cultura dell’AI che renda visibili i gap reali e consenta di trasformare le competenze in soluzioni applicabili nei processi quotidiani. Le lezioni diventano così una leva per sviluppare autonomia decisionale, ridurre la dipendenza da sperimentazioni isolate e governare l’AI in modo coerente con gli obiettivi di business.

Per partire da basi solide, in catalogo troverai anche il Corso AI in Azienda, una didattica pratica e strutturata di alfabetizzazione applicata che affronta tantissimi temi. Si parte dai fondamenti dell’intelligenza artificiale, passando per i modelli predittivi e generativi, fino ad approfondire il tema degli AI Agent del prompt engineering. Insomma, un bagaglio di strumenti concreti per comprendere come funziona l’AI e come usarla in modo responsabile e continuativo, con tanto di certificazione finale.

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Francesco Cipriani

AUTORE:Francesco Cipriani Apri profilo LinkedIn

Francesco è Co-founder di Data Masters, AI Academy per la formazione in Intelligenza Artificiale, Machine Learning e Data Science. È un Ingegnere Informatico specializzato in computer vision. Ha fondato le mie due prime aziende quando era ancora uno studente universitario. AI and Machine Learning sono le sue principali passioni e quotidianamente investe il suo tempo nel comunicare come queste tecnologie stiano rivoluzionando il mondo e cambiando il nostro modo di vivere.